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Contratti a termine: una previsione del crollo dei mercati?

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Esiste un modo certo per predire il crollo dei mercati finanziari? Probabilmente no. Tuttavia, esistono alcune correlazioni molto interessanti che in qualche modo possono dare alcuni indizi sul trend che le Borse possono avere.

In questo articolo vediamo come, nel recente passato, e in una certa misura nel presente, due elementi si sono verificati in concomitanza con una crisi nel mondo della finanza: i contratti di lavoro a termine e i fatturati delle aziende come preludio ai periodi di recessione.

In nostro aiuto verrà un indice appositamente studiato da FRED, il sito della Federal Reserve che raccoglie i dati delle principali variabili macroeconomiche, chiamato Temphelps: come suggerisce il nome, altro non fa che tracciare le assunzioni con contratti a termine negli Stati Uniti. Ora però basta con le premesse: andiamo a vedere di cosa stiamo parlando nello specifico.

Lavoro a termine e recessioni

La prima cosa che si nota a colpo d’occhio è il trend generale del grafico, che è crescente: tracciando una linea immaginaria che parte dal 1990 e arriva fino ad aprile 2021, la linea sarà inclinata positivamente. Questo significa che il numero di persone assunte con un contratto a termine è cresciuto considerevolmente nel corso degli anni. Nei soli Stati Uniti, infatti, siamo passati dalle 1,16 milioni di persone a gennaio 1990 alle attuali 2,65 milioni, con un picco a dicembre 2019 di 2,9 milioni di assunti a termine.

L’evoluzione del numero di contratti di lavoro a termine negli Stati Uniti fra il 1990 e il 2021

La cosa più interessante, però, è rappresentata dalle zone grigie che attraversano il grafico verticalmente. In queste aree il grafico è calato sensibilmente, con l’ultima zona, quella gialla (poiché ancora in corso), che registra un calo drammatico di persone assunte con contratti a termine.

Quindi, cosa è successo in queste aree? Si tratta dei periodi di recessione negli Stati Uniti che, guarda caso, si sono verificati in concomitanza con le principali crisi finanziarie del mondo:

  • Recessione della Guerra del Golfo (1990-1991):
    Durata: 8 mesi
    Diminuzione del PIL: 1,50%.
    Picco di disoccupazione: 6,8%

L’invasione del Quwait da parte dell’Iraq ha portato ad un aumento del prezzo del petrolio nel 1990, che ha causato un calo delle vendite del commercio manifatturiero. A ciò si è aggiunto l’impatto dello spostamento della produzione manifatturiera verso l’estero, con l’entrata in vigore disposizioni del North American Free Trade Agreement (NAFTA). Inoltre, il leveraged buyout della United Airlines ha innescato un crollo del mercato azionario.

  • La recessione dell’11 settembre (Marzo 2001 – Novembre 2001)
    Durata: 8 mesi
    Diminuzione del PIL: 0,3%
    Picco di disoccupazione: 5,5%

Il crollo della bolla delle dotcom, gli attacchi dell’11 settembree una serie di scandali contabili presso le principali società statunitensi hanno contribuito a questa contrazione relativamente lieve dell’economia statunitense.

  • La Grande Recessione (Dicembre 2007 – Giugno 2009)
    Durata: 18 mesi
    Diminuzione del PIL: 4,32%
    Picco di disoccupazione: 10,0%

 

Il crollo della bolla immobiliare degli anni 2000 ha fatto da preludio a una crisi finanziaria mondiale. I prezzi del petrolio sono saliti a livelli record nel 2008 per poi crollare improvvisamente.

  • La Recessione da Covid-19 (Marzo 2020 – …)I dati sul PIL dei vari Paesi sono ancora parzialmente disponibili, ma statene pur certi che con un lockdown di vari mesi, con tutte le attività mondiali chiuse e con la spesa ridotta al lumicino, i prossimi trimestri del PIL, in America come nel resto del Mondo, non porteranno il segno più davanti.

 

Fatturati in calo e lavoro a termine

Osservate il crollo nel grafico riportato sopra proprio in concomitanza del primo lockdown: le persone assunte con contratti a termine sono passate da poco più di 2,9 milioni (dicembre 2019) a 1,946 (aprile 2020). In soli quattro mesi sono state lasciate a casa 1 milione di persone negli Stati Uniti.

Tuttavia, da un punto di vista finanziario, l’elemento importante è un altro: in periodi di recessione, può succedere che il fatturato delle aziende entri in crisi, e quando le aziende prevedono un calo di fatturato, la prima cosa che fanno è quella di lasciare a casa i lavoratori a termine.

Questo, intuitivamente, ha un risvolto sui mercati finanziari, che però non si manifesta immediatamente. Pensiamo alle pubblicazioni dei bilanci: gli investitori non possono sapere con certezza come sta performando l’azienda, se non tramite l’analisi dei bilanci, che vengono però pubblicati annualmente o trimestralmente.

Gli shock economici reali spesso contribuiscono a innescare la svolta verso la recessione. Per un investitore attento, è quindi importante tenere d’occhio alcuni indicatori per monitorare la situazione, così da avere il tempo per coprirsi con gli strumenti più ottimali alle proprie esigenze di portafoglio, prima che sia troppo tardi.

Conclusioni: è possibile predire un crollo?

Predire un crollo dei mercati è davvero molto difficile. Tuttavia, esistono alcuni indicatori che possono aiutarci a identificare una possibile direzione dei mercati o quantomeno aiutarci a monitorare uno o più campanelli d’allarme.

Come fare? Noi di RendimentoFondi abbiamo appena mostrato un metodo molto semplice: osservare il mondo del lavoro. Esistono però altri elementi, come le oscillazioni del prezzo del petrolio: un massimo dei prezzi ha preceduto 10 delle 11 recessioni del dopoguerra. È il caso della crisi finanziaria del 2008.

Se uniamo tutto questo al Trendycator di RendimentoFondi, saremo in grado di evitare i periodi di maggiore crollo finanziario. Seguendo alla lettera i segnali di Buy e Sell del Trendycator, sapremo esattamente quando comprare e quando vendere. In questo modo, riusciremo a impiegare il nostro capitale altrove senza aspettare i bilanci dell’azienda nella quale avevamo investito.

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About Author

È stato editorialista di diverse testate giornalistiche di tipo finanziario prima di approdare a Rendimento Fondi, dove è diventato presto la punta di diamante del team editoriale. È considerato nell’industria uno degli analisti top expert del settore automotive. È laureato in Economia Aziendale e in Management Internazionale presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

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