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I costi richiesti dai fondi comuni di investimento per remunerare gli sforzi associati alle loro politiche di investimento sono di differenti tipologie. Spesso i fondi comuni vengono trascurati dagli investitori perché troppo frequentemente passa solo il messaggio che siano più cari dei comparabili strumenti a gestione passiva. Tuttavia, proprio a seguito dell’accesa concorrenza con gli ETF, ma anche a causa della vibrante competizione fra i distributori dei fondi comuni, molte di queste commissioni hanno subito drastici tagli o addirittura sono state azzerate.

In questo articolo impareremo a conoscere il significato delle diverse spese di un fondo, elemento utile in fase di confronto fra questa tipologia di prodotti finanziari, ed evidenzieremo quali sono effettivamente gli unici costi che attualmente vengono sopportati dagli investitori nei fondi comuni di investimento.

Nei precedenti articoli del corso “Come investire in fondi comuni di investimento” abbiamo visto:

  1. Che cosa sono i fondi comuni di investimento
  2. Cosa sono le classi di azioni sui fondi comuni
  3. Benchmark e stili dei fondi comuni di investimento
  4. Tipologie di fondi comuni di investimento

 

Una premessa ai costi dei fondi comuni di investimento

Per l’investitore è necessario conoscere la differenza fra spese ricorrenti e una tantum. Infatti, se previste, le commissioni ricorrenti verranno pagate periodicamente fino alla scadenza del fondo o fino al momento in cui si deciderà di riscattare le quote. In questa categoria rientrano ad esempio le commissioni di gestione. Al contrario le spese una tantum, come i costi di ingresso e di uscita, sono pagate solamente quando si verifica l’evento al quale sono associate.

Inoltre, è opportuno conoscere la distinzione fra altri due termini molto usati in tema di oneri dei fondi comuni di investimento.

Spese correnti: devono essere palesate nel KIID ed esprimono il totale annuo dei costi ricorrenti del fondo. Includono le spese di gestione, le spese di collocamento, se previste, e altri costi operativi.

TER (Total Expense Ratio): è la somma di tutte le spese previste dal fondo comune di investimento. Infatti, comprende le spese correnti e le commissioni di performance. Come le spese correnti, il TER viene espresso in percentuale del patrimonio del fondo.

Fatta questa premessa possiamo addentrarci nella definizione delle principali voci di costo di un fondo comune di investimento. Ribadiamo tuttavia che, al netto delle commissioni di gestione, molte di queste spese non sono più praticate dai gestori o dai distributori a causa dei motivi che affronteremo nel resto dell’articolo.

 

Commissione di ingresso dei fondi

La commissione di ingresso, alla quale ci si riferisce anche con il termine di commissione di sottoscrizione, grava sull’investitore al momento dell’acquisto di nuove quote andando a ridurre immediatamente l’ammontare versato. Questi oneri vanno a coprire alcune spese amministrative e di commercializzazione del fondo e la remunerazione per il promotore.

In particolare, le spese una tantum di ingresso sono espresse in percentuale dell’importo versato. Possono anche essere di importo variabile e, in questo caso, dipenderanno da alcuni fattori specifici:

  • l’ammontare dell’importo versato: le commissioni di sottoscrizione sono tanto più basse quanto più alto è l’importo investito per acquisire quote del fondo.
  • le modalità di versamento: le spese di ingresso sono più basse per sottoscrizioni delle quote in un’unica soluzione rispetto a quelle richieste nel caso si decida di acquistarle attraverso un PAC. Tuttavia, per quanto riguarda i PAC, è importante menzionare come ultimamente molte case di gestione abbiano reso gratuiti i piani di accumulo in fondi comuni di investimento. Questo è sicuramente un vantaggio non trascurabile per il risparmiatore dal momento che se decidesse di investire sempre con questa modalità, ma in un ETF, si troverebbe solitamente a pagare costi per il servizio ogni mese in cui effettua il versamento periodico.
  • tipologia del fondo: tendenzialmente, gli oneri di ingresso sono maggiori per i fondi comuni di investimento azionari rispetto a quelli obbligazionari. In alcuni casi, solitamente per i fondi liquidità, sono di natura forfettaria, espressi nominalmente e non in percentuale, e indipendenti dall’importo versato.

 

Commissione di conversione dei fondi (Switch)

Le commissioni di switch possono essere previste dal soggetto collocatore nel caso in cui l’investitore sposti il suo capitale da un fondo comune ad un altro, entrambi appartenenti allo stesso gestore.

Tipicamente, quando previste, riducono immediatamente, come le commissioni di ingresso, l’importo che viene trasferito in un altro fondo.

 

Commissioni di uscita dei fondi

Nel momento in cui l’investitore decide di liquidare il suo investimento, riscattando in tutto o in parte le quote precedentemente sottoscritte, potrebbe dover pagare queste spese di uscita a fronte del rimborso del capitale.

Tendenzialmente, le commissioni di uscita sono inversamente proporzionali al periodo di permanenza del fondo; in altri termini, se si sono mantenute le quote per un periodo superiore solitamente si dovranno pagare minori costi di riscatto. Alcuni fondi, trascorso un sufficiente periodo di tempo nel quale si rimane investiti, possono anche prevedere l’annullamento delle spese di uscita.

Con la stessa logica delle commissioni di ingresso, le spese di rimborso decurteranno in maniera diretta l’importo ricevuto a fronte della liquidazione delle quote del fondo comune di investimento.

 

Commissioni di performance dei fondi

Questa tipologia di costo, anche nota come performance fee, consiste in oneri legati al rendimento del fondo comune di investimento. Queste commissioni esistono principalmente per limitare gli effetti di azzardo morale, ovvero sono pensate per allineare gli interessi verso rendimenti elevati, da parte dei sottoscrittori, e verso la redditività, da parte del gestore.

Di norma, vengono calcolate come percentuale della differenza, se positiva, fra rendimento periodale del benchmark di riferimento e il rendimento della quota, nello stesso periodo; oppure, soprattutto nel caso dei fondi flessibili non dotati di benchmark, possono anche essere richieste nel caso il valore della quota salga notevolmente in un determinato lasso di tempo. In alcuni casi, possono anche consistere in un aumento delle commissioni di gestione a fronte di rendimenti conseguiti superiori alla soglia predeterminata.

L’entità delle commissioni di performance è di conseguenza variabile e l’investitore non può conoscere in anticipo quanto effettivamente, e se, dovrà pagare. Tuttavia, è possibile tutelarsi andando ad osservare due criteri importanti:

  • Frequenza di prelievo: nel caso le commissioni vengano calcolate e richieste con maggior frequenza di quella annuale, ad esempio trimestrale o mensile, vi è il rischio di doverle riconoscere in periodi intermedi anche se poi la performance cumulata è risultata inferiore alla soglia necessaria per richiederle o addirittura negativa.
  • Metodo di calcolo: la metodologia con la quale sono calcolate dal gestore deve essere trasparente e non soggetta a possibili manipolazioni.

Commissioni di collocamento dei fondi

Questa tipologia di onere può essere applicata dai fondi comuni che prevedono un arco temporale di collocamento nel quale è possibile investire, come nel caso dei fondi a cedola, e hanno tipicamente una scadenza.

Sono commissioni una tantum, dal momento che vengono prelevate in un’unica soluzione, e sono a carico del fondo stesso. In altri termini, è il fondo che le anticipa al gestore per conto dell’investitore e contestualmente iscrive nell’attivo patrimoniale un credito nei confronti dei sottoscrittori che verrà restituito nel tempo attraverso una riduzione del NAV.

Infatti, tali commissioni vengono ammortizzate nel tempo, solitamente in modo lineare, fino alla scadenza predeterminata. Tuttavia, nel caso si voglia uscire dal fondo prima della scadenza allora la parte di commissione non ancora ammortizzata verrà addebitata interamente all’investitore sotto forma di commissione di uscita.

 

Costi amministrativi dei fondi

Come accennato nel paragrafo delle premesse, le spese correnti, e quindi anche il TER, includono altri costi di diversa natura richiesti a fronte dell’investimento in fondi comuni. Tali ulteriori spese, quando previste, possono essere:

  • Spese per la banca depositaria: costi che coprono il deposito o la custodia dei titoli del fondo presso l’istituto finanziario depositario
  • Spese di pubblicazione: costi richiesti a fronte della pubblicazione del NAV sui quotidiani finanziari ad ampia diffusione
  • Oneri di revisione contabile: questi costi vanno a ripagare l’attività di revisione del bilancio del fondo svolta dall’SGR
  • Spese legali e giudiziarie

 

Commissione di gestione dei fondi

Le spese di gestione sono commissioni ricorrenti espresse sempre su base annua e richieste dal gestore per remunerare l’attività di gestione del fondo e l’implementazione delle politiche e strategie di investimento.

Tali commissioni sono espresse come percentuale del patrimonio del fondo e parte di esse viene solitamente utilizzata per remunerare i soggetti collocatori. Essendo incorporate giornalmente nel prezzo del fondo, non figurano esplicitamente negli estratti conto ma andranno a decurtare il NAV unitario della quota e ridurranno di conseguenza il rendimento complessivo.

Andando a remunerare gli sforzi compiuti per realizzare la strategia di investimento, le commissioni di gestione sono tendenzialmente più onerose nel caso dei fondi comuni di investimento rispetto a quelle richieste dai fondi quotati a gestione passiva (ETF); d’altronde, la politica di investimento attiva, che mira a sovraperformare e non a replicare il benchmark, richiede un maggiore impegno per l’analisi e la costruzione di portafoglio. Di fatto, le strategie di asset allocation e di market timing sono molto costose per il team di investimento dei fondi comuni e necessitano di strumentazioni, software, algoritmi e costi del personale più elevati dei prodotti a gestione passiva.

Tuttavia, bisogna tenere in considerazione che queste maggiori spese vanno a ripagare la natura intrinseca dei fondi comuni di investimento, la quale mira a scovare tempestivamente i titoli sottovalutati e a rimodellare il portafoglio anticipando i trend di mercato. In quest’ottica, pagare maggiori commissioni di gestione nel tentativo di riuscire a sovraperformare i mercati, soprattutto quando volatili e sensibili a fenomeni macroeconomici non ordinari, potrebbe rendere i fondi comuni una scelta vincente per l’investitore.

 

Quali sono le uniche spese che effettivamente paghiamo per acquistare un fondo?

Negli ultimi anni, il settore del risparmio gestito ha visto accendersi una sana competizione fra i fondi comuni di investimento e gli ETF, prodotti che replicano il benchmark senza sforzi in termini di asset allocation o market timing. Per questo motivo, i gestori dei fondi sono stati spinti a ridurre, o ad eliminare, molte voci di costo. In aggiunta, grazie alla digitalizzazione della finanza e dall’aumento dei broker online, la competizione fra i distributori è stata un’ulteriore causa che ha portato all’abbattimento di gran parte delle commissioni sui prodotti a gestione attiva.

Quindi, queste motivazioni hanno fatto in modo che progressivamente le spese di ingresso, di uscita e di performance venissero sostanzialmente eliminate. In conclusione, gli unici effettivi costi sopportati dall’investitore in fondi comuni di investimento restano le commissioni di gestione anche se pure queste sono state profondamente viste al ribasso rispetto al passato.

 

Sì ma con un ETF faccio meglio e costa meno

Non è sempre detto, esistono infatti diverse problematiche anche legate agli ETF.

Innanzitutto esiste il problema della liquidità degli ETF, la quale colpisce unicamente gli ETF e che è in grado di creare un enorme divario fra le performance teoriche e quelle reali.

I fondi comuni di investimento al contrario, non avranno mai il problema della liquidità in quanto non dobbiamo attendere una controparte che desideri acquistare le nostre quote ma sarà sempre il gestore a riassorbirle.

Inoltre, con un ETF è difficile operare un investimento diversificato tanto quanto è possibile fare con un singolo fondo, probabilmente sarò necessario per il sottoscrittore acquistare più ETF per ottenere il medesimo grado di diversificazione. A quel punto, è chiaro che fra la sommatoria di costi bancari e di gestione annua il sottoscrittore rischia seriamente di spendere tanto quanto un singolo fondo se non di più.

E’ senz’altro vero che un singolo ETF ha un costo di gestione annuo inferiore, ma se si rende necessaria una sommatoria di ETF è meglio fare bene i conti.

Prendiamo l’esempio di un fondo bilanciato o flessibile, per ottenere una diversificazione paragonabile in ETF dovrò acquistarne almeno tre: uno azionario, uno obbligazionario e uno liquidità.

Questo parallelismo con gli ETF è anche descritto nel video sul nostro canale YouTube dal titolo “Tre motivi per preferire un fondo comune di investimento“.

 

Conclusioni sui costi dei fondi comuni di investimento

In questo articolo abbiamo dettagliato le voci di costo dei fondi comuni ma abbiamo anche spiegato come, attualmente, sempre meno gestori facciano pagare quelle commissioni di ingresso, di uscita e di performance che in passato hanno fatto propendere gli investitori verso i più economici ETF. Inoltre, a differenza della maggior parte degli ETF, le case di gestione stanno offrendo sempre più PAC gratuiti sui propri fondi comuni.

In particolare, si è descritto come la concorrenza con gli ETF e fra gli stessi distributori dei fondi abbia portato ad una progressiva riduzione anche dell’unico costo effettivamente a carico, seppur indirettamente, dell’investitore: la commissione di gestione.

D’altro canto, le commissioni di gestione più care rispetto agli ETF, anche se il differenziale è sempre più sottile, giustificano e remunerano gli sforzi che il team di investimento deve compiere per implementare una costante politica attiva nel tentativo di sovra-performare il mercato.

 

Nei prossimi articoli del corso “Come investire in fondi comuni di investimento” parleremo di:

  1. Che cosa sono i fondi comuni di investimento
  2. Che cosa sono le classi di azioni sui fondi comuni
  3. Benchmark e stili dei fondi comuni di investimento
  4. Tipologie di fondi comuni di investimento
  5. Costi dei fondi comuni di investimento
  6. Indicatori di performance per i fondi comuni di investimento
  7. Migliori broker per i fondi comuni di investimento: come sceglierli
  8. Fondi comuni di investimento con cedola
  9. Investire in fondi comuni di investimento: pro e contro
  10. La classifica dei migliori fondi comuni di investimento a basso rischio
  11. Come scegliere i fondi comuni di investimento
  12. Teniamo monitorato il nostro investimento in fondi comuni

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L'articolo che hai appena letto è stato scritto da Marco Buonafede. Esperto di economia e finanza, ha collaborato con numerose testate giornalistiche prima di approdare a RendimentoFondi. Laureato in economia all'Università di Torino e laureato in Finanza con Lode alla Luiss Guido Carli di Roma. Dal 2022 è iscritto all'albo dei Consulenti Finanziari Indipendenti con matricola n.629663.

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