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È IL MOMENTO DI INVESTIRE IN DIVIDENDI?

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Non sono ancora terminati i timori di un’eccessiva inflazione, di un rialzo anticipato dei tassi di policy, della sopravvalutazione delle aziende tech e di un futuro di alta volatilità dei mercati. Vediamo in questo articolo come un investimento in dividendi può essere un valido approccio per proteggere il tuo portafoglio.

Dove ci eravamo lasciati?

Nel precedente articolo, consultabile a questo link: https://rendimentofondi.it/inflazione-al-42-come-proteggere-il-portafoglio/, avevamo presentato alcuni beni rifugio e strategie che potessero riparare l’investimento dall’eccessiva svalutazione del denaro. Una delle opzioni si riferiva alle dividend aristocrat stocks ovvero società che pagano da molti anni dividendi perennemente in crescita.

Perché andare a caccia di dividendi?

Nel prossimo futuro, in combinazione con la ripresa post pandemia, è ragionevole attendersi una diminuzione della volatilità sui mercati. Contestualmente, se l’eccessiva inflazione registrata ad aprile non dovesse essere temporanea e la FED rientrasse prima del previsto dal QE, la volatilità potrebbe nuovamente aumentare. In questo contesto di incertezza perché investire in società che pagano dividendi?

Storicamente, in periodi di mercati rialzisti e di bassa incertezza, le società che hanno offerto dividendi in crescita costante hanno sovraperformato le aziende che prediligono reinvestire gli utili. Specularmente, hanno fornito un solido cuscinetto anche nelle fasi di alta volatilità e di ribassi significativi delle quotazioni di mercato.

Infatti, il flusso di reddito costante percepito con i dividendi è in grado di compensare eventuali perdite in conto capitale, ridurre i tempi di payback dell’investimento, proteggere dalla volatilità ma anche di mitigare la diminuzione di rendimento reale dovuta alla svalutazione del denaro.

Ci si aspetta crescita dei dividendi?

L’eccessiva liquidità immessa nei mercati azionari a seguito dei bazooka monetari delle banche centrali ha fatto sì che le società, soprattutto tecnologiche, disponessero di riserve liquide in eccesso leggermente inferiori solo ai massimi storici. Di conseguenza, è ragionevole aspettarsi che molte aziende, per remunerare gli investitori, riprendano a pagare o accrescano i dividendi oppure che effettuino buyback azionari.

D’altronde, entrambe queste misure sono una conseguenza logica dell’evoluzione del contesto economico. Infatti, è necessario compensare gli investitori per aver tenuto a galla le imprese e attirare nuovi capitali in una situazione di elevata incertezza e di concorrenza più stringente.

Non tutte le dividend stocks sono uguali!

Inserire in portafoglio una società che ha sempre restituito dividendi costanti non è sempre una buona strategia. Infatti, nel caso in cui gli utili siano appena sufficienti a coprire le spese per dividendi (alti payout ratio), l’azienda potrebbe trovarsi profondamente in difficoltà se dovesse improvvisamente disporre di risorse libere. In questo caso, sarebbe costretta a ridurre o sospendere il pagamento dei dividendi.

Per questo motivo, bisognerebbe prendere in considerazione le cosiddette dividend aristocrat stocks ovvero società con elevata capitalizzazione, con payout ratio nella fascia mediana ma con dividendi che storicamente sono risultati sempre in crescita. In questo modo ci si concentrerebbe su aziende che hanno saputo ripagare i propri azionisti e che allo stesso tempo siano riuscite a reinvestire parte della liquidità in eccesso per realizzare progetti di sviluppo futuro.

Quali sono i pericoli?

Alla luce di queste considerazioni potremmo essere tentati di mettere in portafoglio qualunque azione, ETF o fondo che contenga la parola dividendo in crescita. Tuttavia, bisogna guardare all’altro lato della medaglia.

Quando una società paga dividendi il suo valore di mercato si riduce. Forse non ce ne accorgiamo nell’immediato, come nel caso dei dividendi straordinari, ma il prezzo subisce necessariamente una correzione, altrimenti ci sarebbe arbitraggio. Il problema si pone quindi per società con scarse prospettive di crescita future accompagnate da quotazioni che rimangono sostanzialmente stabili. In quest’ottica, se il giorno di stacco dei dividendi andasse a braccetto con contestuali perdite in conto capitale ecco che questa strategia perderebbe di significato. In aggiunta, se consideriamo anche la tassazione sicuramente non abbiamo in porto un buon affare.

Di conseguenza, è necessario selezionare titoli azionari che per anni hanno pagato dividendi significativi, meglio ancora se in crescita, e con multipli di mercato che li segnalino come sottovalutate. Infatti, questo scenario ci fornisce importanti indizi della solidità della società e di una strategia di business che, indipendentemente dalla spesa per dividendi, potrebbe riflettersi in capital gain nel lungo periodo.

Senza dimenticare che l’ottica di lungo periodo è fondamentale! Per percepire i dividendi, e ottenere ritorno aggiuntivo sfruttando l’effetto compounding del loro reinvestimento, il titolo azionario dovrà essere detenuto in portafoglio nel medio-lungo termine.

Come confrontare e valutare le dividend stocks?

Un investitore in azioni che pagano dividendi dovrebbe per prima cosa scegliere il settore a cui rivolgersi.

Per le ragioni indicate nell’articolo a cui ho fatto riferimento all’inizio di questa analisi, in una logica di lungo periodo che consideri anche i prossimi sviluppi macroeconomici, in questo momento sembrano più attraenti gli asset ciclici dei seguenti comparti: commodities, manifatturiero e industriale, consumi diretti e health care.  

Successivamente, per comparare diverse dividend stocks, l’attenzione va rivolta a molteplici indicatori di bilancio delle singole società. Questi parametri non sono mutualmente escludibili ma andrebbero analizzati sempre congiuntamente. A titolo di esempio:

  • DIVIDEND PAYOUT ratio

Il DPR misura la frazione di utile che l’azienda ha retrocesso ai suoi azionisti sotto forma di dividendi cash. Solitamente, un DPR inferiore al 50% indica una società solida in grado di aumentare il pagamento di dividendi nel futuro. D’altro canto, un DPR superiore al 50% è sinonimo di incertezza dal momento che se sopraggiungessero difficoltà finanziarie l’azienda non avrebbe margine per aumentare i dividendi e, nei casi più gravi, potrebbe essere costretta a ridurli o sospenderli.

  • FREE CASH FLOW TO EQUITY

Il FCFE indica il flusso di cassa libero di cui la società dispone per pagare i dividendi dopo aver soddisfatto tutte le spese e ripagato tutti i debiti.

  • NET DEBT to EBITDA RATIO

Questo indicatore è una misura di leva finanziaria della società. Aziende con NDTE alto potrebbero essere maggiormente inclini a ridurre o sospendere il pagamento dei dividendi e utilizzare le risorse liquide così liberate per far fronte agli obblighi di rimborso dei prestiti ricevuti da terzi.

  • DIVIDEND YIELD

Il più famoso degli indicatori in materia descrive la percentuale di rendimento da dividendi di 1€ investito nella società che li retrocede. Tuttavia, il DY è anche il parametro più soggetto a distorsioni dal momento che è legato alla volatilità dei prezzi delle azioni.

  • PRICE EARNING GROWTH

La motivazione per non utilizzare il più classico P/E risiede nel fatto che il Price Earning tradizionale non considera l’importanza della crescita degli utili nel tempo, che poi è quella che interessa davvero ad un investitore. PEG inferiori a 1 sono sinonimi di un’azienda sottovalutata e viceversa.

Nel prossimo articolo…

Sulla base di tutte le considerazioni esposte, la prossima settimana RendimentoFondi presenterà quali azioni o ETF a dividendo, sul mercato USA, italiano ed europeo, possono offrire buone prospettive di investimento per il portafoglio del lettore.

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About Author

L'articolo che hai appena letto è stato scritto da Marco Buonafede.. Esperto di economia e finanza, ha collaborato con numerose testate giornalistiche prima di approdare a RendimentoFondi. Laureato in economia all'Università di Torino.

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